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Maglia nera e la finta importanza di essere ultimi

9 mar
2010

Il 1951 è un anno che ha segnato la storia del Giro D’Italia, una delle manifestazioni ciclistiche di maggior prestigio al mondo. Curiosamente, è una data che in pochi ricordano. Quell’anno è stato l’ultimo in cui è stata indossata la maglia nera.

La maglia nera era un simbolo. Veniva consegnata al ciclista ultimo in classifica, come premio per lo sforzo compiuto. Nello spirito del ciclismo infatti, se è vero che il primo in classifica aveva fatto sforzi incredibili e ai limiti dell’umano per arrivare in vetta, l’ultimo era un gregario, che si era sacrificato e aveva aiutato il suo capitano di squadra a concorrere per tale vittoria. Inoltre si supponeva che, se i primi in classifica avessero delle qualità atletiche e mentali superiori, gli ultimi invece non le avessero, per cui di fatto la loro fatica per portare a termine la corsa a tappe fosse ben maggiore rispetto a quella dei colleghi più blasonati.

A volte però capitava una cosa curiosa. Andando contro lo spirito che ha visto nascere quella maglia, alcuni corridori “facevano a gara” per arrivare ultimi, in maniera tale da potere indossare l’”ambito” capo. E ancora più curioso era il fatto che a volte rischiavano di andare oltre il tempo limite di fine gara, rischiando quindi di essere squalificati.

E cosa c’entra tutto questo con la vita di tutti i giorni?

Spesso ci capita di assistere a delle aspre lotte per avere una “maglia nera”. Al bar, in famiglia, al lavoro. Vuoi un esempio?

“Ciao come stai?”.
“Così, così. Sono stata in vacanza alle Maldive”.
“Benissimo! E com’è andata?”.
“Non puoi neppure immaginartelo! Siamo arrivati e mi sono scottata al sole il primo giorno, per cui in pratica mi sono rovinata la vacanza”.
“Anche a me è successa la stessa cosa! Ma in più una sera ci hanno portato del pesce non fresco a metà soggiorno, per cui proprio quando stavo guarendo dalle scottature ho dovuto restare ancora a riposo!”.
“Aspetta, non ho finito il mio racconto! Ti ho detto che mi hanno perso anche le valigie..?!”

E così via.

Che bel racconto! E che bella vacanza, vero?

Scene del genere capita di vederle ogni giorno. Chi fa a gara per il peggior incidente avuto in auto, chi per la peggiore influenza dell’inverno, chi per il peggior professore avuto a scuola e così via.

Una lotta per “primeggiare”, per essere “campioni” di chi sta peggio. Il tutto per soddisfare il bisogno d’importanza e di unicità insito in ogni persona.

Il paradosso sta nel fatto che anche per essere ultimi ci vuole strategia, costanza e impegno, proprio come per essere primi.

Ci vuole strategia, perché spesso chi ha questa mentalità parte da casa già predisposto per trovare ciò che non va in ogni situazione. Così, al ristorante mangerà sempre male, al cinema vedrà sempre dei brutti film, in vacanza andrà sempre nei posti peggiori e così via.

Ci vuole costanza perché chi vuole essere ultimo vuole mantenere a lungo il proprio “primato”. Non basta essersi preso l’asiatica un anno fa, si deve prendere anche l’australiana quest’anno. E per assurdo, se non se la prende se ne ha a male!

Ci vuole impegno perché non basta essere ultimi in una cosa, ma bisogna esserlo in ogni area della vita: la salute, le amicizie, l’amore, il lavoro, ecc… Ogni cosa va storta, ogni cosa va male.

E cosa succederebbe invece se uscissimo ben predisposti da casa, sicuri di trovare qualcosa di cui essere grati, di cui gioire, di cui imparare? Cosa succederebbe se fossimo costanti nel perseguire degli obiettivi positivi, di valore, che influenzino in meglio la nostra vita e quella dei nostri cari? Cosa succederebbe se ci impegnassimo al 100% delle nostre possibilità, in ogni singola azione di vita quotidiana?

In altre parole: cosa succederebbe se usassimo strategia, costanza e impegno per eccellere davvero in qualcosa?

Photo Credit: Marco Gomes

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Marina
21 marzo 2010

Anche a me capita di continuo. Vedo delle persone che si comportano così e mi sento molto triste per loro, perché non vogliono accorgersi della bellezza della vita.

Leonardo Leiva
21 marzo 2010

Hai ragione Marina. E hai ragione quando dici “non vogliono”, perché c’è una precisa volontà nell’agire in quel modo.

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