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Quando smettiamo di chiederci “perché?”

27 mag
2010

Quando smettiamo di chiederci "perchè"?

C’è un momento bellissimo della nostra infanzia, un periodo che tutti noi abbiamo attraversato: la fase dei “perché?”. E’ un’età bellissima in cui tutto per noi è una scoperta, dalle semplici conoscenze di cose per noi adulti ovvie, al linguaggio, alla ricerca delle cause che fanno succedere le cose.

I genitori spesso ne parlano in maniera ironica, come una fase lunga e interminabile, piena di domande e di ricerca di scappatoie per trovare risposte anche per i quesiti più difficili o scottanti.

Dopo qualche tempo, improvvisamente com’è arrivata e memori delle sbuffate e delle alzate di occhi dei propri genitori, quella fase finisce e come per magia finisce anche buona parte della nostra curiosità sulla vita e sul mondo.

A pensarci non è proprio così. Tutti continuano a farsi continuamente la domanda “perché?”. Quello che cambia però è il significato di tale domanda.

Se hai avuto contatti con il mondo della crescita personale, sai anche che c’è un argomento tabù: le “domande perché”. Infatti, questo tipo di domande spesso genera risposte immediate, non ragionate, del tutto improduttive e prive di senso. Per questo, alcuni fautori della crescita personale e della PNL ti diranno di smettere di usarle.

Domande perché tipiche sono:

  • Perché capitano tutte a me?
  • Perché non ci riesco?
  • Perché non ce la fai?

A tutte queste domande si tende a rispondere con argomentazioni d’impulso e che non trovano riscontri concreti nella realtà. Ad esempio, c’è chi risponderà “perché non ne sono capace” oppure “perché non sono una persona valida” e così via, quando non c’è alcuna dimostrazione tangibile e certa che rifletta questa risposta.

Inoltre, data la brevità delle domande, tendono a essere malformate, probabilmente destate dallo sconforto e dal momento di difficoltà. Prendiamo ad esempio la prima domanda. Quel ‘tutte’ è una generalizzazione linguistica abnorme. Significa che tutti i mali del mondo, come le guerre, i disastri naturali e le carestie, capitano, sono capitate e capiteranno, sempre a uno stesso soggetto (‘me’). Probabilmente riflette ciò che quella persona prova in quel momento e resta il fatto che è una esagerazione paradossale.

Un Coach, probabilmente, procederebbe con il domandare “cosa ti è capitato nello specifico?”, in maniera tale da stabilire il fatto concreto che ha fatto scaturire quella reazione, per poi iniziare a trovare delle soluzioni a quella specifica situazione.

Il punto non sta nel domandarsi o meno “perché?”, ma nel significato linguistico che esso assume quando ce lo chiediamo ed è ciò che alcuni dimenticano, facendola diventare così una parola vietata.

Sono tre i tipi di perché che vale la pena continuare a domandarsi:

1. Perché intenzionale

Parla dell’intenzione, dello scopo, del significato nascosto che una determinata azione nasconde per una persona.

Esempio: perché lo vuoi? -> cosa comporterà per te?

2. Perché del valore

Ci dice quanto conta ottenere un risultato per una persona e i benefici che ne trarrà.

Esempio: perché senti che è così importante per te? Per quale motivo ti sta così a cuore?

3. Perché esplicativo

E’ quello tipico dei bambini ed è quello che smettiamo di usare per vergogna e per non sentirci stupidi. Ci porta ad acquisire nuove conoscenze, rispondendo a domande che riguardano fenomeni e fatti concreti.

Esempio: perché si formano gli arcobaleni dopo una giornata di pioggia?

Il primo e secondo tipo denotano un interesse sincero di capire, di approfondire ciò che conta per chi ci circonda. Dimostrare sincero interesse verso il prossimo significa coltivare relazioni migliori, di qualità, basate su altruismo e lealtà.

Il terzo tipo denota curiosità verso il mondo e verso la realtà, quella stessa curiosità insita nella PNL. Mantenere la curiosità di un bambino è un tipico atteggiamento e schema di pensiero che porta ad andare oltre i conformismi e a cercare nuove soluzioni e alternative fuori dal comune. E’ lo stesso tipo di “perché?” ben caro a scienziati e ricercatori, quello che ogni giorno porta l’umanità a fare nuove scoperte.

Photo Credit: Cory Schmitz

Chi Sono
Leonardo Leiva Bio
Sono Leonardo Leiva, Coach Professionista, Master Practitioner di PNL (Programmazione Neurolinguistica). Dopo una esperienza ultradecennale in campo aziendale, lavorando in ruoli di responsabilità per aziende di diverso settore e dimensione, ho fondato il progetto Life Lab Coaching. Nel Coaching lavoro in ambito Business, Life (personale) e Sport. Sono anche formatore per aziende e organizzazioni in temi quali Leadership, Gestione del Tempo e Comunicazione Efficace. Come Coach metto a disposizione i miei talenti a servizio di chi vuole Vivere la Vita che desidera vivere. Se hai un Obiettivo da raggiungere, professionale o personale, oppure vuoi fare crescere la tua organizzazione, contattami con fiducia e sarò felice di aiutarti.
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salvatore
15 settembre 2010

è stupido chi cerca di capire perchè certe cose accadano o perchè un individuo si comporta in un certo modo? personalmente ritengo che domandarsi perchè qualcosa avviene ci spinge ad analizzare tutte le componenti che determinano un certo comportamento. tale analisi quindi ritengo sia necessaria per intervenire alla radice sui fattori che determinano certi comportamenti. che ne pensano gli esperti? è stupido o intelligente chiedersi il perchè? Grazie

Leonardo Leiva
15 settembre 2010

Ciao Salvatore,
per iniziare, non si tratta di essere stupidi, come non si tratta del fatto che sia stupido o intelligente.
I comportamenti possono essere funzionali o non funzionali, data la situazione, il contesto e le persone coinvolte. E alcuni comportamenti sono più o meno funzionali rispetto ad altri.
Nel caso specifico, ti rispondo con un esempio pratico. Prendiamo un allenatore che vuole analizzare una sconfitta contro una squadra che dovrà affrontare nuovamente entro pochi giorni.
Può chiedersi “perché abbiamo perso?”.
Può anche chiedersi “cosa possiamo fare per vincere nel prossimo incontro?”
Può darsi che le conclusioni, alla fine, siano simili, ma c’è un particolare che fa la differenza.
Nel primo caso i ragionamenti, le parole, le immagini mentali prodotte e le sensazioni, sono rivolte a un evento passato negativo. Questo stato mentale di per sé può limitare le scelte, anche perché parte da premesse ed eventi già accaduti che non possono essere cambiati.
Nel secondo caso invece, lo stato emotivo e mentale positivo può permettere di affrontare in maniera migliore i punti da risolvere, tenendo anche conto che in una partita tutta da giocare e da vincere non c’è nulla di scritto, per cui non esistono limiti per le soluzioni da adottare.
Infine, vale sempre la solita “regola delle regole”: se funziona, è ok. Funziona domandarsi “perché”? Se si, allora continua a farlo. Se no, allora valuta di cambiare comportamento. E se funzionasse, potrebbe comunque esistere un comportamento comunque più funzionale che ti aiuti ad ottenere risultati migliori?

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