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Quando smettiamo di chiederci “perché?”
2010

C’è un momento bellissimo della nostra infanzia, un periodo che tutti noi abbiamo attraversato: la fase dei “perché?”. E’ un’età bellissima in cui tutto per noi è una scoperta, dalle semplici conoscenze di cose per noi adulti ovvie, al linguaggio, alla ricerca delle cause che fanno succedere le cose.
I genitori spesso ne parlano in maniera ironica, come una fase lunga e interminabile, piena di domande e di ricerca di scappatoie per trovare risposte anche per i quesiti più difficili o scottanti.
Dopo qualche tempo, improvvisamente com’è arrivata e memori delle sbuffate e delle alzate di occhi dei propri genitori, quella fase finisce e come per magia finisce anche buona parte della nostra curiosità sulla vita e sul mondo.
A pensarci non è proprio così. Tutti continuano a farsi continuamente la domanda “perché?”. Quello che cambia però è il significato di tale domanda.
Se hai avuto contatti con il mondo della crescita personale, sai anche che c’è un argomento tabù: le “domande perché”. Infatti, questo tipo di domande spesso genera risposte immediate, non ragionate, del tutto improduttive e prive di senso. Per questo, alcuni fautori della crescita personale e della PNL ti diranno di smettere di usarle.
Domande perché tipiche sono:
- Perché capitano tutte a me?
- Perché non ci riesco?
- Perché non ce la fai?
A tutte queste domande si tende a rispondere con argomentazioni d’impulso e che non trovano riscontri concreti nella realtà. Ad esempio, c’è chi risponderà “perché non ne sono capace” oppure “perché non sono una persona valida” e così via, quando non c’è alcuna dimostrazione tangibile e certa che rifletta questa risposta.
Inoltre, data la brevità delle domande, tendono a essere malformate, probabilmente destate dallo sconforto e dal momento di difficoltà. Prendiamo ad esempio la prima domanda. Quel ‘tutte’ è una generalizzazione linguistica abnorme. Significa che tutti i mali del mondo, come le guerre, i disastri naturali e le carestie, capitano, sono capitate e capiteranno, sempre a uno stesso soggetto (‘me’). Probabilmente riflette ciò che quella persona prova in quel momento e resta il fatto che è una esagerazione paradossale.
Un Coach, probabilmente, procederebbe con il domandare “cosa ti è capitato nello specifico?”, in maniera tale da stabilire il fatto concreto che ha fatto scaturire quella reazione, per poi iniziare a trovare delle soluzioni a quella specifica situazione.
Il punto non sta nel domandarsi o meno “perché?”, ma nel significato linguistico che esso assume quando ce lo chiediamo ed è ciò che alcuni dimenticano, facendola diventare così una parola vietata.
Sono tre i tipi di perché che vale la pena continuare a domandarsi:
1. Perché intenzionale
Parla dell’intenzione, dello scopo, del significato nascosto che una determinata azione nasconde per una persona.
Esempio: perché lo vuoi? -> cosa comporterà per te?
2. Perché del valore
Ci dice quanto conta ottenere un risultato per una persona e i benefici che ne trarrà.
Esempio: perché senti che è così importante per te? Per quale motivo ti sta così a cuore?
3. Perché esplicativo
E’ quello tipico dei bambini ed è quello che smettiamo di usare per vergogna e per non sentirci stupidi. Ci porta ad acquisire nuove conoscenze, rispondendo a domande che riguardano fenomeni e fatti concreti.
Esempio: perché si formano gli arcobaleni dopo una giornata di pioggia?
Il primo e secondo tipo denotano un interesse sincero di capire, di approfondire ciò che conta per chi ci circonda. Dimostrare sincero interesse verso il prossimo significa coltivare relazioni migliori, di qualità, basate su altruismo e lealtà.
Il terzo tipo denota curiosità verso il mondo e verso la realtà, quella stessa curiosità insita nella PNL. Mantenere la curiosità di un bambino è un tipico atteggiamento e schema di pensiero che porta ad andare oltre i conformismi e a cercare nuove soluzioni e alternative fuori dal comune. E’ lo stesso tipo di “perché?” ben caro a scienziati e ricercatori, quello che ogni giorno porta l’umanità a fare nuove scoperte.
Photo Credit: Cory Schmitz
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